La protesta sociale

Lo Stato continuava a svolgere il suo ruolo di primo piano, attraverso il prelievo fiscale e le sue destinazioni, la politica doganale, le commesse governative, le sovvenzioni dirette, la strategia delle infrastrutture. A fronte di una borghesia industriale sempre più decisa e sicura di sè, stava una classe operaia anch'essa fortemente concentrata in alcune zone del settentrione. Bassi salari, sovente al limite minimo della mera sussistenza, e condizioni di lavoro generali estremamente gravose, erano la norma. L'orario lavorativo più generalizzato si aggirava sulle 12 ore giornaliere, con punte più elevate negli stabilimenti tessili. Assai esigua, per non dire inesistente, era poi la legislazione sociale a tutela dei lavoratori industriali (per i lavoratori agricoli il problema non si poneva neppure). Il movimento sindacale era ancora in fase arretrata di sviluppo.

L'ultimo decennio del secolo, comunque, vide una intensa fioritura di società o leghe di resistenza, organizzate per categorie professionali spesso assai ristrette, in una trama associativa che per lo più lasciava fuori la grande massa della manodopera industriale non qualificata.
Fra la primavera e l'estate del 1897 si verificarono agitazioni contadine in numerose regioni d'Italia, con tumulti e scioperi di varia intensità ed estensione, soprattutto in Emilia Romagna. Alle più generali ragioni di malcontento, si aggiunsero poi, con il sopraggiungere dell'inverno, gli effetti di una pessima annata cerealicola e il conseguente aumento del prezzo del pane.

Il malessere economico e l'inquietudine sociale andarono così allargandosi anche ai ceti popolari dei centri urbani, creando una situazione destinata a diventare esplosiva nella primavera successiva. La crisi cerealicola determinò un forte rilancio della campagna antiprotezionistica, portata avanti soprattutto da socialisti (v. Turati e Modigliani) affiancati dalla borghesia liberale.

La repressione governativa, seguita ai moti popolari della primavera del '98, contribuì a far assumere allo spontaneo movimento di protesta, per lo meno in alcuni centri del Nord, una coloritura politica dapprima quasi del tutto assente. La repressione fu brutale: oltre che militare fu anche politica e a farne le spese furono soprattutto uomini, organizzatori e giornali di estrema sinistra; camere del lavoro, leghe operaie, circoli socialisti e repubblicani furono disciolti.

Nei primi anni del 1900, durante il governo Giolitti, le agitazioni e gli scioperi agricoli cominciarono ad avere un carattere fortemente organizzato, rispetto a quelli del settore industriale. L'atteggiamento del governo, fu di rigorosa neutralità, ispirata al criterio della piena libertà di organizzazione sindacale e di sciopero. Si trattava di un mutamento radicale nell'indirizzo generale di governo, destinato a suscitare vivaci reazioni nelle classi proletarie.
Obiettivo di Giolitti era quello di raggiungere equidistanza fra le varie parti in contrasto, datori di lavoro e lavoratori, pur mantenendo uno studio attento e assiduo delle condizioni economiche e sociali della provincia. A opporre resistenza a questa politica fu soprattutto il Senato, di stampo fortemente conservatore. Malgrado i suoi limiti di attuazione, questo nuovo indirizzo costituì una svolta effettiva nella storia: per la prima volta in Italia l'arma dello sciopero entrava a far parte dei mezzi di lotta del proletariato, non come eccezione esposta sempre all'arbitrario e quasi automatico intervento dello Stato, ma in quanto legittimo strumento istituzionale di difesa.

I mutamenti in atto nel sistema politico italiano alla vigilia della grande guerra (sviluppo del nazionalismo, accresciuto peso dei cattolici - nascita della Democrazia Cristiana -, prevalenza dei rivoluzionari nel Psi) segnavano la progressiva crisi della politica giolittiana, sempre meno in grado di controllare la radicalizzazione politica che si stava verificando. In questa situazione la guerra avrebbe significato la fine del giolittismo.