Emigrazione

I progressi fatti dall'economia italiana dopo la riunificazione, non furono ancora sufficienti a colmare il divario che separava l'Italia dagli Stati più ricchi e più industrializzati. Alla vigilia della guerra mondiale il reddito pro capite era circa la metà di quello inglese e due terzi di quello tedesco. L'analfabetismo era ancora molto elevato (37% nel 1911), mentre si avviava a scomparire in tutta l'Europa del Nord. Il consumo annuo di carne di un italiano era di tre volte inferiore a quello di un inglese. La quota della popolazione attiva impiegata nelle campagne era ancora del 55%: una quota troppo alta per le capacità produttive dell'agricoltura italiana, com'era dimostrato dal fatto che l'emigrazione verso l'estero, anzichè diminuire in coincidenza con lo sviluppo economico, crebbe fino a raggiungere la cifra impressionante di 870.000 partenze nel solo 1913, per un totale di circa 8 milioni (di cui almeno 2 milioni a carattere permanente) fra il 1900 e il 1914.
Tutte le regioni italiane parteciparono al fenomeno migratorio. Il fenomeno migratorio si sviluppò, fino alla fine del XIX secolo, soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre in seguito, con lo sviluppo economico di queste, interessò in prevalenza i paesi meridionali.

Gli studiosi di ogni tendenza unanimamente riconoscono che la politica dello stato unitario aggravò le disuguaglianze che caratterizzavano i diversi stati in cui era divisa la penisola. Le regioni del nord erano economicamente e socialmente più progredite, il che era dovuto non soltanto alle diverse condizioni naturali e storiche, ma anche all'esistenza di una classe media più intraprendente. Al sud, invece, non soltanto mancava una classe media con le stesse qualità del nord, ma tutta la vita sociale si trovava in uno stato che, sotto molti aspetti, poteva chiamarsi medievale.

La politica unitaria causò scosse così violente nell'organismo economico e sociale delle altre regioni che il meridione ne fu addirittura rovinato e solo nell'emigrazione trovò una riscossa che poi si rivelò così fruttuosa per gli stessi interessi che ispiravano quella politica.

Il nuovo stato unitario si trovò subito davanti a compiti che esigevano risorse finanziarie molto superiori a quelle che i contribuenti erano abituati a fornire a governi precedenti e la politica che ne seguì è la storia della più rapace oppressione fiscale che ancora oggi trova pochi confronti nelle nazioni civili, soprattutto perchè i meno abbienti ne erano più colpiti dei ricchi. La voracità fiscale trovava l'organismo economico delle regioni del centro-sud già indebolito dagli effetti dell'unificazione del mercato mediante l'abolizione delle barriere che proteggevano l'equilibrio proprio di ognuno dei vecchi stati.
I prodotti industriali del nord più progredito invadevano il paese e rovinavano le attività industriali, l'artigianato e la manifattura domestica che nelle campagne, costituiva un complemento importante delle attività agricole. Così le economie regionali tradizionalmente chiuse si trovarono d'un tratto esposte alla concorrenza del nord più sviluppato.
L'imposizione di una tariffa doganale liberista aprì anche i mercati alla concorrenza estera di industrie più moderne, con risultati quali la scomparsa di tante piccole imprese familiari, intorno a cui si erano formate strette ramificazioni di interessi. Ciò si ripercosse in cento e cento piccole crisi dolorose, l'effetto sintetico delle quali fu un senso di malessere per tutta la compagine della popolazione, ma specialmente per quella più minuta e, al solito, più aspramente colpita.

S'inaugurava così quella politica che a poco a poco assicurava il monopolio del mercato interno all'industria nazionale, cioè del nord, a scapito delle popolazioni agricole e dei lavoratori, danneggiati dal rincaro del costo della vita, dalla crisi delle esportazioni agrarie e dalla caduta dei prezzi di alcuni prodotti che più interessavano la massa dei contadini.
Tutto il complicato processo fu aggravato dalla crisi agricola che dal 1880 si scatenò su tutta l'Europa e dal più spinto protezionismo doganale del 1887, che approfondì la tendenza iniziatasi nel 1878.
Si crearono così, attraverso un'azione statale ispirata da netti interessi e privilegi di classe e regionali, le condizioni che spiegano il successivo sviluppo dell'emigrazione, specie quella transoceanica.

Per quanto riguarda le attrattive dell'estero e soprattutto dell'America per gli italiani, queste erano costituite dalle notizie sui più alti salari e maggiore richiesta di lavoro, aggiunte a migliori condizioni di vita sociale: infatti le deficienze del sistema economico italiano nell'assicurare lavoro e benessere a tutto il popolo coincidevano con periodi di intenso sviluppo economico di altri paesi, specialmente quelli americani.
La realtà era però ben diversa, in quanto l'adattamento in un paese straniero si rivelava molto più difficile del previsto, sia per quanto riguarda la lingua, ma anche le abitudini, le tradizioni, i valori. Inoltre le imprese approfittavano della miseria e spesso dell'ignoranza di queste persone, attraverso lo sfruttamento e l'inganno.
La stessa emigrazione creò, con le rimesse e con i nuovi mercati che essa aiutava a sviluppare all'estero e all'interno, una delle basi dell'abbagliante prosperità che una parte dell'Italia conobbe dalla fine del secolo alla vigilia della prima guerra mondiale.
D'altra parte, un'emigrazione così massiccia rappresentò un impoverimento, in termini di forza lavoro e di energie intellettuali, per la comunità nazionale: soprattutto per la società del Mezzogiorno che, privata di molti fra i suoi elementi più giovani e intraprendenti, vedeva allontanarsi i tempi del suo riscatto economico e civile.