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FINNEGAN IL BARDO

nota biografica sull'autore

 

Brume e nebbie, silenzi e austeri paesaggi del nord nelle elegie e nelle ballate di Finnegan il bardo, singolare figura di letterato errante, ladro e visionario dell'alta Scozia, vissuto tra il XII e il XIII secolo.Singolare fu la sua nascita. Infatti, Secondo le più accreditate fonti egli nasceva a Inverness nel 1114, ma dopo soli due anni, non soddisfatto dell'ambiente familiare in cui era capitato, rinasceva a Rockstone nella casa del locale guardiano dei cervi del manso signorile, otto anni do po e cioè nel 1124.

Le "Chronicae oxonienses" di Aldous Scoto, l'unico e il più attendibile tra i suoi biografi, ce lo descrivono rossiccio all'inverosimile, "irsuto d'una voluminosa massa di pelame giù giù per tutta la schiena e oltreà" e ci dicono anche del suo Carattere "straordinariamente propenso al bere, al gioco, al sotterfugio, all'inganno, alla menzogna, al tradimento e ad ogni altra sorta d'infamia."

Le difficoltà nei rapporti con i contemporanei si riflettono nel cattivo approccio che il Nostro ebbe con la cultura latina proveniente in quegli anni dal sud, in seguito alla disastrosa sconfitta di Hastings (14 ottobre 1066).

E' stato comunque sempre difficile a questi bardi della tradizione gaelica avvicinarsi alla grande cultura scritta dei latini, e certo Finnegan non fa eccezione. Attorno al 1152, ad esempio, alcuni monaci benedettini che gli avevano insegnato a scrivere, cercarono di convincerlo anche a leggere e ad avvicinarsi ai libri. Ed egli ne divenne un tale divoratore che intere biblioteche sparirono nelle sue fauci mai esauste e purtroppo a ciò si deve l'irreparabile perdita di numerosi capolavori. Ma prop rio da lì, probabilmente derivò il germe che lo spinse, col tempo, ad allineare i suoi versi sulla corteccia degli alberi; germe malefico perché ciò che scrisse gli procurò in breve l'inimicizia del suo popolo.

Lo Scoto, nelle sue Cronache, lo definisce grassatore, fedifrago, blasfemo e violento E narra:

"Un giorno Finnegan fu invitato da Archibald, vecchio dragone di Scozia, a dividere gaelicamente con lui un cinghialetto cacciato di frodo. La notte era già alta, l'enorme paiolo dell''umido bolliva sul fuoco di quercia antica ormai da sei ore, mentre sul pesante desco di granito un ampio cratere era colmo di cervogia forte pronta ad accompagnare il pranzo. Ed ecco che Finnegan, spazientito dall'attesa e incurante dell'amico, si precipita verso il paiolo, ne estrae la carcassa dell'animale e si d& agrave; a strapparne le carni con inaudita ferocia.

Aveva scarnato già più dei tre quarti dell'animale senza che l'amico avesse ancora avuto tempo di toccare cibo, quando Archibald osò muovergli una cortese osservazione nel modo fermo ma dolce, tipico degli scozzesi d'antica data. Finnegan, punto sul vivo, insorse a quelle giuste lamentele rispondendo rude:

"Tieni!" E così dicendo rovesciò l'immenso pentolone celtico pieno di brodo e frattaglie sulla stupita cervice dell'amico. Ma lo stesso Scoto aggiunge:

"Ecco però che quando le sue dita, dita sottili e mobili di baro, toccavano le corde dell'arpa celtica, il chiarore dei mattini del nord si apriva un varco nella foresta del cuore, ed alla sua voce, voce forte come il bronzo e dolce come la guancia di un bambino, la pietra si faceva tenera come burro nuovo e dalle siepi di ribes sgattaiolavano fuori gli gnomi e gli elfi con tinnuli sonagli d'argento che il Nostro abilmente rapinava loro.

Finnegan il bardo, l'umano quasi orco e quasi elfo, concludeva per la prima volta i suoi giorni morendo carponi (come disse egli stesso) in un miserabile tugurio del Yorkshire nel 1192; tuttavia, parendogli cosa non degna di un bardo il morire così, lo rifece una decina d'anni dopo (nel 1202) precipitando molto più eroicamente, da un alto picco sul mare nelle isole Shetland, dopo essere rimasto tre giorni su quel picco a stagliarsi contro il cielo livido del nord, incurante di nembi, procelle e albatros e dopo aver per l'ultima volta cantato la celebre ballata del viaggio in Bretagna (conservatasi integralmente), forse parendogli quella, un degno viatico.

A noi restano oggi solo alcune ballate di Finnegan il bardo, scritte com'erano sulla corteccia di certe betulle ormai quasi del tutto scomparse (secondo la tradizione gaelica) e conservate gelosamente sotto teca al Royal Museum of old traditions e recentemente riscoperte.

Esse ci permettono di ricostruire,purtroppo solo oggi, un altro ciclo di leggende medievali, parallelo a quello del Santo Graal, ma antitetico ad esso: l'unico Graal che Brendano va cercando è il cratere da mescita che svuota e riempie con furiosa soddisfazione, l'unica vedova che gli preme davvero salvare è probabilmente la cuoca. Anche gli errori che commette non sono, come quelli di Perceval, frutto di innocente candore, ma rispondono a un ideale di vita nobile e roccioso benchè f orse un po' dissestato.

L'espansione del Cristianesimo impedì la diffusione di questo corpus di leggende che restò solo nella memoria oraleà e neanche troppo lucidaà E neanche per molto.

Composte nei metri classici delle ballate finniche (da cui Finnegan) esse sono un tipico esempio di come l'arte visionaria e profetica del Nostro abbia saputo innestarsi neell'uhumus d'una tradizione ai suoi tempi vitale.

In esse si narrano fatti di ben due secoli dopo, fatti che comunque non avvennero mai.

C'è un brivido che attraversa l'opera del Bardo e che di quando in quando lampeggia tra le sue righe, tra le gesta eroiche del suo barbaro protagonista tagliato nel bruno granito di Bretagna: è il brivido della solitudine. Le enormi gesta di Brendano lo distinguono sì dai comuni mortali, ma insieme lo isolano irreparabilmente. Con Finnegan siamo ben lontani dalla solidarietà consolatrice e buonista, dal melenso gioco di squadra dei contemporanei "cavalieri della tavola rotonda " di Chrétien de Troyes. Proprio le sue folgoranti imprese finiscono per rinchiudere Brendano nella prigione del "Sovrumano" . Questo brivido pone il Nostro ben al di sopra degli altri cantori di lai e di più o meno esaltanti vicende tribali.

Ma c'è di più: chi, se non Finnegan stesso è ravvisabile nella figura del suo Brendano? E a chi dunque, se non allo Scrittore è riservato l'essere "Sovrumano" e cioè, in definitiva, solo? Finnegan, uno dei primi Bardi che ci abbiano lasciate scritte le loro ballate, ha esattamente percepito il superamento della parola detta, tramandata oralmente, come una privazione. Mentre egli cercava un modo per affidare l'opera sua all'Eternità, aveva, scrivendo, reso sordi e ostili perché analfabeti, proprio coloro che meglio avrebbero potuto intendere la sua arte.

Per la scoperta dunque che Scrittura è Solitudine noi lo ricordiamo.

Paolo Giacomoni (paolo.giacomoni@fastwebnet.it)

Via E. Brizio 5, 40134, Bologna

Tel. 051.614.28.03

 

n.b.: Testi e musiche originali sono depositati alla Siae e pertanto tutelati dalle vigenti norme sui diritti d'autore.

Ringraziamenti Alla presente edizione del ciclo di Brendano hanno collaborato:

Marco Chiappelli, voce sola ne "Il cielo del Nord" e "morte e resurrezione diBrendano" e in coppia con l'autore nel "Viaggio" e nelle "avventure in Bretagna".

Jessica Lolli, voce nella "canzone dell'oceano",

Marta Giacomoni per lacopertina, che qui puoi vedere (formato .doc, 678 kb)

 

o scaricare (formato .zip, 654 kb, cioe' circa uguale!!!)

 

 

 

 

IL VIAGGIO PER MARE

 

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Quando il dolce aprile viene e rinverdisce il faggio

canta il gallo nel pollaio e si prepara il maggio.

Fu in un mese come questo e senza servo o paggio

che Brendano vuol partire per un lungo viaggio.

Non vorrà cavalli ancor, non vorrà carrozza,

ma con la barchetta andrà dalla Bretagna in Scozia.

Parte con il sole in ciel e con il vento in poppa,

parte e un brindisi fa a sè levando alta la coppa.

Birra al doppio malto ne ha con sè solo un barile,

quando un'onda anomala glielo sbatte sul pontile.

Tira una madonna sir Brendano, ma poi salpa,

e con la mano in tasca cerca il corno e se lo palpa.

L'àncora che pende se la inghiotte un pescecane,

solo la catena arrugginita gli rimane.

Uno scoglio mobile lo afferra per la chiglia,

porta via il timone e gli fa fare mille miglia.

Le due grandi vele nuove, dono di Merlino

gliele getta in mare, strapazzate, il ponentino.

L'acqua salta in barca assieme a un banco di sardine,

Brendano se le mangia con la testa e con le spine.

Mentre butta l'acqua ecco dal cielo a mille a mille

nubi, goccioloni, tuoni, fulmini e faville.

Una sceglie l'albero per dare il buon esempio,

le altre del fasciame e dello scafo fanno scempio.

Brendano Nuota e prega e si sente ormai alla fine,

ma ecco che ritornano adirate le sardine.

S'infilan nell'usbergo, van fin sotto la cintura,

per non sentir solletico si sfila l'armatura.

Fatto più leggero, prima o poi raggiunge il molo:

altro che la barca! Sir Brendano è meglio solo.

Fatto più leggero, prima o poi raggiunge il molo:

altro che la barca! Sir Brendano è meglio solo.

 

NEL CIELO DEL NORD

 

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Andate le nubi c'è il sole - andate le nubi nel cielo del nord,

Nel cielo ci cantano i merli - merli che sono dei merli del nord.

Il merlo maestro del coro - fa il nido tra i rami d'un olmo del nord

Ai piedi dell'olmo medesimo - c'è un vecchio macigno di certo del

nord.

Sul vecchio macigno c'è un vecchio - che dorme e vi posa la guancia

del nord,

In capo, quel vecchio ha un cappello - di panno marrone e tre

penne del nord.

Sulla più alta è seduta, regina, una mosca, una mosca del nord,

sarà che la penna è di merlo - ma il merlo si mangia la mosca del

nord.

E cade il cappello, si sveglia il vecchio, - scappa quel merlo nel cielo del Nord,

le nubi tornan, si copre il sole: - è il tempo di legno consueto del Nord.

 

 

NEL GIORNO DI PIOGGIA

 

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Brendano, nel giorno di pioggia,

non caccia, non salta la roggia,

non sfida infedeli a cavallo,

nè s'alza col canto del gallo.

non scherza giulivo tra i rami

va e prende salsicce e salami,

capponi, pulcini e la chioccia:

Brendano nel giorno di pioggia.

Nel grande camino fa accendere

il fuoco e a cuocer vi stende

cinghiali, vitelli e balene

e mangia che quasi ne sviene.

E beve che quasi si accoppa,

Brendano nel giorno di pioggia.

Infine va in mezzo alla reggia

e forte, solenne ..................

 

CANZONE DELL'OCEANO

 

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E l'inizio è l'Oceano, di tutto.

è nel suo cuore che il vento ha il suo letto.

da lì si alza e rotola le onde

sopra gli scogli, sul mar, sulle sponde.

Sotto il vento sta ferma la roccia.

che non sente nè vento nè pioggia;

Sopra la roccia aspetta una chiesa:

per chi parte e chi arriva è una casa.

Alla chiesa va una ragazza,

che un raggio di sole accarezza.

In lei dorme, nascosto, un segreto

che forse anche l'Oceano non sa.

 

BRENDANO IN AMORE

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Quando Brendano fu colto da amor,

non fece silenzio, non fece rumor;

solo, respinse a braccia conserte,

cacce, tornei, banchetti e palestre.

Per sale e torri del vecchio castello

piange e si dondola come un cammello.

Sospira e scrive: "Mia dolce Delizia,)

mio male è Amore, non è l'itterizia."

Resta in attesa - della risposta,

sempre temendo problemi di posta.

Ella gli scrive: "Se tu m'attendi,

sarò tua presto, mio caro Brandy."

Ora, sull'arpa degli avi austeri

sospira versi d'amore veri,

versi che un angelo gli porta in volo,

versi dal cielo, per Brandy solo.

 

LE AVVENTURE DI BRENDANO IN BRETAGNA

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Nel mille e non più mille fu in Bretagna,

fu nei pressi di Brest che incontrò un drago.

Gli disse: "Mi servo e non ti pago!"

e al fuoco cosse crépes alla lasagna.

A Monte Saint Michel lega il cavallo

a riva, e quando l'acqua si fa alta

il cavallo per respirare salta,

poi ci vollero tre giorni ad asciugarlo,

Arrivato a Quimper, la capitale,

nel sidro, nel più secco, fece il bagno.

Solo allora s'accorse di un ragno

ne saltò fuori urlando: "può far male!"

A Lorient, alla festa, suonar volle

la cornamusa dell'antico padre

per guidare dei celtici le squadre,

ma quella esplose con frastuono folle,

A Vannes, porta del mondo, una gran dama

conobbe e amò, ed ella forse pure,

ma dopo ch'ei fuggì dalle sue cure,

(o prima?) ella in suo cuor gettò una lama.

A Saint Malo, ch'è terra di corsari

Brendano volle essere corsaro:

con la sua spada si procacciò denaro

vendendola al mercato agli antiquari.

Con l'idromel, bevanda del Druido

riempire un otre e berlo non fu affanno,

ma poi, rialzarsi in piedi fu gran danno:

e sotto il tavol volle fare il nido,

 

 

NEL GIORNO DI SOLE

 

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Sir Brendano, con il sole,

non sta a dir tante parole;

se non c'è combattimento

sente in cuore aria e vento.

va, con l'acqua della fonte

va, a cavallo oltre il ponte.

è la strada il suo castello,

la foresta il suo cappello.

La sua anima risorta

le canzoni si ricorda:

Canta al cielo e alla sorgente

vecchie melodie d'argento.

Vecchie melodie di guerra

canta ai monti, alla sua terra.

Poi ricorda, guarda e tace:

Passa il vento... ovunque è pace.

 

AMMAESTRAMENTI DI CACCIA

 

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Fa indire al lunedì - la caccia al cervo bianco,

e fra sette dì - la bella bacerai.1

Prepara al martedì - con grande cura frecce ed arco:

nel parco, avanti e indietro, - tutto il giorno passerai.

Sta scritto: "al mercoldì - "Ingrasserai la sella"

quella che dome -nica, sire, calcherai.

Mangi avena e fieno - il tuo cavallo in dì di giove:

pensa che al destriero forze nuove forniranno.

Soltanto il venerdì - riposa e fatti il bagno,

s'intende nello stagno - coi rospi va a nuotare.

Al sabato, controlla se funziona l'armamento

domani almeno cento - di quei cervi abbatterai.

Domenica assai presto - si alza al far del giorno,

arriva mezzogiorno: - nè cervi nè cinghiali.

La sera, sporco e stracco, anzi, collerico e sconfitto

a un contadino afflitto fece uccidere il maiale.

 

LA CENA NOTTURNA

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Sta Brendano con gli altri al gran convito,

seduto al grande desco di granito;

pace nei cuori e pipa in mezzo ai denti

e quantità di birra ed alimenti.

Parla Brendano col suo tono ameno:

"O Gaidi invitti, popolo sereno,

cuori di quercia e pancia mai digiuna,

alta tra i faggi è la recente luna.

Alta è la notte nella selva e fuori:

prima la birra, poi dopo i liquori.

Cantiamo, se ci piace e ci riesce

mentre Caldano sta cuocendo il pesce."

Canta Gaulone con voce di bruma,

canta Galdigi che beve e che fuma,

canta Wilfredo ch'è ferrigno e sordo,

Caldano gli risponde in disaccordo.

E sopra tutti, sopra anche al pensiero,

s'alza la voce di Brendano fiero,

figlio del vento, turbine all'assalto,

gran bevitor di birra al doppio malto.

Poi, dopo cena, pieni di calore,

si dedicano ad un gioco di valore:

ora, festosi, come un uomo solo,

i Gaidi si lancian fra di loro.

l'un prende l'altro pel collo o per la schiena

lo lancia con la pancia nella rena.

Ci si vuol divertire più sul serio?

E Brendano scatena un putiferio.

Prende il barile grande e se lo ingolla,

poi sul pietrone una gran botta molla

da far tremare le balene in mare:

Poi a Brendano vien voglia di strafare.

Scalza il macigno, cala le mutande,

insegue i Gaidi suoi, Brendano il grande.

Così nudo si getta in mezzo al bosco.

Dicono i Gaidi suoi: "Non lo conosco!"

Passsa tra i pruni e i rovi spinosi

mentre lo fuggono i Gaidi scontrosi.

Torna la calma, la luna è quasi gialla,

Il gran Brendano si tiene una palla,

perchè nell'inseguir per la foresta,

l'altra, estirpata, tra gli spini resta.

stasera ha già concluso la battaglia:

si mette le mutande e poi la maglia.

piange sul dorso del cavallo bruno,

a consolarlo non resta nessuno.

Poi con le redini in mano bisbiglia:

"Anche un coglione è già troppo in famiglia."

 

PER SANCTAM CRUCEM TUAM

 

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Bel vignarolo di Contradabella

dite se di Brendano c'è novella.

Novella s'è saputa in tutto il piano

di quel che ha fatto il cavalier Brendano.

Corre il cavallo suo per la pianura

nè di cinghiali o tigri ha mai paura, Davanti a lui si staglia un monastero,

monaci santi, nobile ed austero.

chiuso da mura e sette porte sante,

lui bussa in un momento a tutte quante.

S'affaccia frate Umberto mingherlino,

davanti a lui è un monte il paladino.

"La spada mia - gli tuona a piena voce -

Io metterò al servizio della Croce.

Bel vignarol, che giungi qui dal piano,

che cosa dice ancora il gran Brendano?

Dice Brendano: ho denti ben forgiati

e già molti infedeli ti ho mangiati,

voce di tromba e un vulcano in petto,

se tu lo vuoi ucciderò Maometto."

Erano all'opre loro intenti i frati

chi cucinava, chi falciava i prati,

chi nella stalla mungeva le vacche,

chi nei cespugli raccoglieva bacche,

chi giù nell'orto raccoglieva i fiori,

chi pregava Iddio pei peccatori.

Nessuno lascia il suo posto scoperto

e resta là da solo frate Umberto.

Bel vignarol dal passo d'uccello,

ma poi, come rispose il fraticello?

"Già l'anno scorso con l'estate e il sole

voi ci veniste a dir queste parole,

e l'anno prima ancora, e l'anno avanti:

Volete farci diventare santi?

andate ad impegnarvi in altri affanni:

arrivederci almen fra un paio d'anni.-

Tace Fra. Umberto davanti a Brendano

che ha un badile al posto della mano,

Sospira il Sire, e sembra un terremoto

sputa per terra e poi si mette in moto.

con una mano afferra il gran portale

e con quell'altra agguanta l'architrave.

Bel vignarol che parla e non si siede,

dite, ma dopo poi cosa succede?

era una porta di legno massello

ed ecco vola via come un uccello.

ed era l'architrave di granito

Brendano lo scavezza con un dito.

Scavezza e svelle e immensa è la rovina,

squassa il convento dal tetto alla cantina.

Poi, con la forza, ogni cosa distrugge,

il frate scappa e chi non muore fugge.

Brendano inquieto è di nuovo solo,

ed io di certo più non lo consolo.

Brendano impara che il tuo cuor spavaldo

ti gioca brutti scherzi quando è caldo.

perché ovunque il passo l'uomo arresta

non è mai sano chi è fuori di testa.

e ovunque dove l'uomo arresta il passo

non è mai sano chi di testa è casso.

 

IL PELLEGRINAGGIO

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Nella Scozia di nuvole e Bruma

di Brendano c'è l'anima bruna.

Perciò in Scozia di nebbia e brughiera

Brendano si dà alla preghiera.

Sente in cuore il calore di maggio:

tempo giusto di pellegrinaggio!

Radunata la pavida scorta

oltrepassano il ponte e la porta.

Edimburgo turrita è già vista

ma la scorta si lagna e rattrista.

Di Lockness sono al lago famoso

e la scorta reclama il riposo.

Ma poi giunti in terra di Galles

a Brendano gli giran le palle

e domanda alla scorta già inquieta

quale sia del viaggio la meta.

Restan muti quei servi di paglia

mentre arrivano già in Cornovaglia.

Così quando son giunti al Tamigi

della scorta non vuol più i servigi:

se il dio da pregare è uno solo,

non c'è mica bisogno di loro!

Li discaccia a calci nel petto

ed avanza nel fiume soletto.

L'acqua tocca al cavallo la pancia,

Col cavol che arrivano in Francia!

L'acqua tocca al cavallo la schiena:

Accidenti! ma il fiume, qua, è in piena.

Ora l'acqua gli arriva all'orecchio

e Brendano bestemmia parecchio.

Le preghiere che ha fatto finora

in un attimo se le divora.

Il cavallo un po' scalcia e un po' beve

e Brendano tornare ormai deve.

con le spugne lo asciuga la scorta.

e nel vecchio castello lo porta.

Le pedate sul petto feroci

han nascosto con tonache e croci

e Brendano con grande coraggio

li proclama gli eroi del suo viaggio.

 

MORTE E RESURREZIONE DI BRENDANO

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All'ora dell'una è ancora un po' presto,

Brendano nel letto s'è appena ridesto,

laggiù nella sala il pranzo han portato

e dato che è l'ora Brendano è affamato.

La grande campana rintocca le due,

nel grande camino si rosola un bue,

sul piatto del sire troneggia un germano, lo squarcia e lo spolpa l'amato sovrano.

Tra un pasto e quell'altro si fanno le tre,

s'è fatta già l'ora di grappe e caffè.

ne beve un medonte, non più d'un cratere

quand'ecco dal male si sente cadere.

Nel grande castello son quasi le quattro,

Brendano superbo non mostra coraggio,

nell'ora suprema non mostra ardimento,

barrisce e bestemmia confuso e sgomento.

Il sole tramonta che sono le cinque,

le luci nel cielo si fanno più stinte,

del cielo del nord, nevoso e selvaggio

che il cuor di Brendano richiede in omaggio.

Ovunque nel mondo si fanno le sei;

O principe immenso, sopito ti sei,

nè più regge spada l'indomita mano,

nè spiedo, nè arrosto, o amato sovrano.

Nel cielo dei grandi di Scozia e d'Irlanda

già provan le trombe, s'aduna la banda,

s'accorda da sola la grande arpa celeste,

s'accorda da sola per farti le feste.

Son quasi le sette nel cielo dei bardi,

anche per morire è già quasi tardi,

il buio ravvolge di buio la notte,

il nero è più nero che in fondo a una botte.

Per quanto alle sette il buio sia folto

non c'è paragone quando suonan le otto,

di pece è ogni cosa sia pure la neve

d'inferno ogni ombra sia pur la più lieve.

Ed ecco le nove sul mondo annerito,

il Sire si rianima, solleva un suo dito,

par che di morire ne abbia abbastanza,

richiama i servi già corsi in vacanza

con voce rupestre, benché ancora fioca,

con tono imperioso si volge alla cuoca,

" Portate maiali, cuocete caproni,

non voglio morire morendo carponi.

Arrivano i servi paurosi e insicuri,

Brendano si rialza, ritremano i muri:

"portatemi corno, tamburo e trombone

non voglio morire morendo carpone."

Ed ecco le dieci: dovevi vederli!

ormai nel castello son svegli anche i merli,

con volto ridente, con polso sicuro,

il Sire ex-malato percuote il tamburo.

Le undici bussano a tutte le porte,

col suono del corno, con suono ben forte.

I sudditi ignari son colti nel sonno,

attenti che il principe suona il suo corno.

Ed è mezzanotte e come un cannone

spara Brendano con il suo trombone.

non è proprio musica, è più come un tuono,

è più un'eruzione, non è proprio un suono.

La gente stupita sarebbe festante

se tutto quel suono non fosse assordante,

sarebbe festante la gente stupita,

ma se da quel suono non fosse assordita.

Brendano giocondo ci dà come un treno,

il grande trombone di saliva è ormai pieno.

scavalca i fossi e corre per via,

ne scaccia il popolo e la malattia.

All'ora dell'una son tutti d'accordo:

è ancora un po' presto, il re non è morto.

e a tavola siede l'amato sovrano:

sopra il suo piatto troneggia un germano.